I
- Ciao, - disse lui.
- Ciao, - lei rispose. Portava un abito rosa pallido come il suo volto
e scarpe sottili, lucide, ed un grande cappello chiaro bordato di raso
nero. Non era mai stata così vicina alle tenere albe d'estate.
- Sei bella, - le disse, ma lei non rispose. Nascose un'ombra di mare
dietro un paio di occhiali da sole e toccò lievemente con il fiato le
tenebre, vi si immerse per un attimo, sostò, ne risalì, lenta: parve
aprire lo sguardo su un pianeta lontano.
- Un tempo c'erano castelli di nebbia e ghiacci, oltre le montagne...-
Così la sua voce, che non era una voce di bambina. - Un tempo... Un
tempo ero come le lune che si affacciano sui porti deserti, ero fantasmi
come assassini, un tempo ero giovane e maschio...
...Sì. Si toccò adagio i capelli sotto le falde morbide, si toccò il
volto, i seni piccoli, i fianchi, senza capire... Lui, che era un principe
giunto chissà come da un mondo carico di frutta, osservava inquieto,
senza parlare.
Lei fu la prima.
- Non vedi? Io lo ricordo benissimo. - Questo toccandosi il corpo, stupita,
quasi non lo sentisse più suo. -...Ero così… così…
Si descrisse pian piano, capelli scuri, viso non duro ma nemmeno femmineo,
occhi come genziane, pelle morbida, bianca, agile al tatto, corpo sottile
e ben fatto, corpo di uomo. Tra le gambe, nascosto, un fantasma.
Alzò gli occhi attonita, gli prese le mani stringendole come se volesse
ucciderlo, si fissò nel suo sangue per essere più vicina a se stessa.
- Io, io, io... Sono bella?...- Fu un grido. - Cosa ne puoi sapere tu
di una bellezza che non è tua, che non è mia?... Io non sono bella...
Io non sono...
Ondeggiò dentro l'abito rosa e si ritrasse, colta da un vortice leggero,
accolse i fiori e gli alberi intorno per giacervi accanto, sfiorata
dai loro profumi. Si perse con gli occhi nel cielo.
- Ricordo...- Sorrise. Seguì i suoi pensieri.
II principe attese parole che non vennero più, mentre lei ricordava.
Ormai se n'era andata. Sorridevano le sue pupille, sorrideva il suo
volto, i suoi capelli, il suo corpo sotto l'abito rosa e la sua pelle
tutta sorrideva, seguendo i ricordi. A fior di labbra qualcosa tremolava,
ma troppo piano per essere udito.
-...Datemi pane...- Alzò le mani come per afferrare qualcosa, nel vuoto.
- Lasciate...lasciate che vengano...
Spalancò le braccia nell'aria, occhi sul cielo, gridò, lasciò che cadessero
inerti sull'erba, a crocefisso: si tese.
II principe scorse l'amore, il dolore, la vita passare dentro i suoi
occhi gettati sul cielo, ma non osò entrare... Quell'abito rosa chiudeva
1'ingresso del tempio...
Poi cadde, senza stimmate o sangue, solo poche parole...
-...Padre... Padre mio... Perché mi hai abbandonato?...
II
Non venne l'Eterno da oltre le nebbie.
Conobbe altri luoghi ed essenze, ma nulla portò con sé che fosse per
gli uomini. La luce nei suoi occhi era gialla come di demoni sfuggiti
all'abisso... Tornò: era mattina. Le vergini sacre, piegate sul latte
dei bimbi d'altro sangue, immolarono agnelli.
III
Afferrò il cappio, sfiorata dal vento, come un raro gioiello donato da dei. La montagna era in fiamme, al tramonto. Non era un luogo freddo, né caldo, o forse era lei: non esistevano più le stagioni sulla sua pelle.
Volò un uccello della sera, ne sentì l'alito e il suono lieve provocato dal battito d'ali... Guardò.
Sorrise, nel sole che scendeva, era sola.
"...Va'..." pensò sottovoce. "...Porta i miei sogni lontano sulle tue piume... Oltre le nevi, vola dove sbocciano i fiori più azzurri…"
L'albero grande, immenso nella sua gelida chioma l'avvolse d'ombra, mentre la notte si faceva via via più vicina. Non c'erano case. Nessuno.
Tra le sue dita morbida la corda - l'aveva intrecciata con la cura animale
di un'innamorata che guarda a tratti le stelle - si fece leggera, e
lento il momento del rito. La tenne così, una santa reliquia, piegò
un poco il capo, sentì sulle spalle il peso trasparente dei propri capelli.
"...Caro mondo di cocchi dorati e di fate, questo è il mio dono per
ogni piccolo niente che ho ricevuto. Volevo esser grande, ma ancora
non so se sono nata. Ho toccato i tuoi frutti e li ho sentiti proibiti,
senza assaggiarli. Credevo esistesse il Paradiso, credevo venissero
gli angeli a prendermi quand'ero bambina di notte, credevo che tutti
potessero amare senza pensare. Ma non è mio ciò che c'è intorno. Non
piango, perché non ho più acqua e sole e latte e amore per piangere.
Non so se sono viva. È limpida l'aria della tua sera. Sarà così
dolce volare."
C'era un ramo grosso, proprio sopra il suo capo, pesante. Dall'alto i folletti del bosco osservavano curiosi, aspettando.
Non aveva rimpianti, o timori. Non c'era villaggio, o casa, o città che sentisse per sé, non c'era persona che conoscesse il suo amore, non c'era alba che l'avesse svegliata con dita di rosa. Strinse al petto le mani, le palpebre chiuse, il lungo, lento gocciare di sangue dentro di lei si fece sottile e poi s'arrestò.
"...Andrò, e sarò fiori... Non donerò più il mio profumo ai viandanti,
ma fiorirò sulla collina, e sarò seme... Sottoterra, bevuta dagli alberi,
sarò il verde delle foglie, ondeggerò al vento... Non mi vedrà più nessuno
ed io sarò là, in alto, tra l'erba, sul bordo dei fossi, nel cuore dei
funghi... Mondo, così sarò tutta dentro di te e piangerò la tua rugiada...
Non potrai più lasciarmi indietro... Non torno, no, non torno più."
Erano i suoni di una città lontana. Sul monte la luna bagnò le cose, e sorrise.
"...Luna di latte, i tuoi dei mi hanno dato notti troppo piccole e fredde. Io c'ero sempre, e forse troppo, e pensavo di averti toccata quando sfioravo con la mia bocca la sua pelle... Ma tu sorridevi soltanto... Ora sono bianca, non ho anni, non ho cose, pensieri, amore. Sono come sei tu, luna, e guardo senza parlare. Immobile canto per la tua luce e la pioggia e le nubi, e i mondi che vedi e non osi toccare... Ho ancora le mani."
Adagio, s'avvolse la corda sul collo, scostando i capelli, come allacciasse un diadema.
Aspettò il vento.
Ascoltò sussurrare le foglie e si chiuse, carica di un antico calore.
Intorno, nessuno.
Bastò un unico passo.