Da ore,
forse da anni sul monitor principale del computer di bordo scorrevano
cifre e codici incomprensibili.
L'uomo seduto al ponte di comando, solo, guardava oltre.
Da tempo immemorabile tutte le apparecchiature avevano cessato ogni
funzione.
Da tempo immemorabile sedeva di fronte allo schermo, rimasto irreparabilmente
attivato, e fissava senza vederle stelle lontane, perse nel buio dello
spazio profondo, portavoci silenziose della sua agonia.
Sepolto vivo con la sua nave in una bara di vuoto.
La Terra era lontana, ed egli era solo.
Nelle mani di Dio, se ne esisteva qualcuno.
"...Sono vivo..." pensò, per evitare d'impazzire. "...Ancora vivo...
Buonanotte, dolci occhi dell'universo, lucide lacrime di qualche angelo
nero cadute come piombo sulla mia anima perduta..."
Rise tra sé, cullato dall'inudibile ronzio del reattore, scoprendosi
poeta. Aveva liberato molti se stessi durante la sua solitudine.
Non parlò. Da secoli ormai non lo faceva, turbato dal silenzio ultraterreno
che lo avvolgeva dentro la sua piccola bara. Non si mosse, aspettando.
Fuori, il buio dell'infinito, come da sempre. E nulla sarebbe accaduto.
In passato, poco tempo dopo essere rimasto solo, aveva parlato agli
oggetti, aveva gridato, aveva declamato discorsi... Aspettando che accadesse
qualcosa. Erano passati giorni, anni, scanditi soltanto dal piccolo
datario del suo orologio, e nulla era cambiato, nulla si era mosso.
Da nessuna parte.
Lo spazio era placido e vuoto come un enorme oceano eternamente in bonaccia.
Si coprì gli occhi per non vedere le stelle, per dimenticare dov'era,
per cancellare quell'incubo... Anche così, intorno a lui era cielo nero,
erano galassie immobili, era silenzio.
"No,..." ripeté a se stesso, scuotendosi da una torpida disperazione.
"...Dev'esserci un modo...un modo per stabilire il contatto..."
La formula antica di mille e mille anni ritornava ogni giorno, e ogni
giorno mille volte, in un ritornello rituale che allontanava la morte.
Invano aveva cercato di riattivare il sistema di comunicazione, danneggiato
per sempre come ogni strumento sulla sua nave, da tempi immemorabili.
Soltanto i motori avevano retto alla tempesta, per condurlo alla deriva
verso chissà quali mondi.
Sorrise, traendo un sospiro che lo riportò nella sua realtà aliena.
"Dieci e trenta, ora terrestre... Cosa serviamo al signore per colazione?..."
Non aveva bisogno della voce per parlare a se stesso. I viveri non erano
un problema. C'era la scorta di un anno per un equipaggio di quindici
persone. Non sarebbe morto di fame. Sogghignò, lieto di aver ritrovato
l'ombra del suo antico buonumore.
"Non sarà con i crampi allo stomaco che lascerai questo mondo, Erskine!...
Forse risucchiato da uno splendido buco nero... Oppure in mille frantumi
su un asteroide vagante... Magari trascinato via nella coda di una cometa..."
Si scosse, incapace di immaginare.
"...Maledetta febbre... Perché diavolo non hai preso anche me?..."
Posò senza volerlo lo sguardo sulle poltrone vuote accanto alla sua,
nella penombra. Di nuovo fu preso dallo sgomento, solo, dentro l'infinito.
Ogni uomo pensa all'infinito, ma non sa cosa significhi finché non c'è
dentro, solo. Ecco... Ecco di nuovo quelle voci, quelle risate... Le
ombre dei compagni seduti al ponte di comando... Li sentiva parlare,
ridere, li vedeva muoversi... Quanto tempo era passato da quando aveva
abbandonato dietro di sé, nel vuoto, l'ultimo dei loro corpi uccisi
dall'epidemia, quanto spazio? Parsec... Eppure tornavano, fantasmi gentili
dentro il suo cervello, ad alimentare l'orrore della sua agonia.
Scosse la testa, i fantasmi si sgretolarono in mille frammenti azzurrini
dispersi dal condizionatore d'aria.
"E' così che la gente impazzisce," sentenziò. "Non c'è nulla che puoi
fare. Devi soltanto aspettare. Laggiù saranno in pensiero per il tuo
silenzio. Finiranno per mandare qualcuno."
Sullo schermo, immoto, lo stesso cielo, le stesse stelle.
"Sono secoli che aspetti, lo so... O forse ti sembrano secoli... Devono
localizzarti...organizzare i soccorsi... Ma ti troveranno, questo è
certo... Perché sei ancora vivo..."
Arriveranno...
Ma avrebbero dovuto fare presto. L'uomo e la sua nave stavano diventando
cielo.
"Piangerai, Erskine... Grande pilota, uomo senza paura, quando aprirai
gli occhi sulla Terra e continuerai a vedere galassie non ti resterà
che piangere..."
La sua piccola nave trasportava un gruppetto di scienziati, tra i più
importanti dell'universo, partiti per studiare nuovi sistemi in vista
di un misterioso progetto. Laggiù sulla Terra non avrebbero tollerato
la loro inspiegabile scomparsa, non avrebbero tralasciato alcun tentativo.
Forse in un altro tempo, ma sarebbero arrivati.
Abbandonato sulla poltrona di comando chiuse gli occhi, pregando di
andarsene nel sonno.
E cominciò a sognare.