...Prologo
Oltre le valli verdeggianti, oltre le montagne innevate, verso Ovest,
sorge la Città delle Nebbie, dove la sera si sente il lamento lugubre
del vento e le primule gialle di primavera parlano con voci di bimbi.
Attorno al grande castello di pietra nera ora danzano insieme, in un
turbinio di ali, le piccole fate montane e gli elfi azzurri delle acque.
Se passa un viandante armato di spada le fate gli corrono incontro,
gli sciolgono attorno i lunghi capelli e fuggono, ridendo, prima di
poter essere toccate.
Un tempo nel grande castello viveva un Re il cui nome era un suono e
la cui spada era un alito di vento. In gioventù aveva combattuto draghi
terribili, aveva amato fanciulle dai destini incerti e aveva visto schiudersi
le porte sui mondi nascosti.
Ora, da molti anni il suo cuore era triste, poiché la Regina, eternamente
bellissima per aver stretto un patto con gli spiriti delle ombre, non
gli aveva ancora dato un figlio e da lunghe stagioni non aveva più proferito
parola. Tutti i medici del Regno vennero a visitarla ma, non avendo
riscontrato alcuna malattia conosciuta, consigliarono al Re di attendere
la prima luna di marzo, quando gli incantatori si mettono in viaggio
per i castelli, e chieder consiglio a uno di loro. Il male della Regina,
dissero, non era di origine mortale; sembrava provenire da qualcuna
delle dimensioni nascoste, dove soltanto chi conosceva i segreti della
magia aveva facoltà di entrare.
Venne il giorno stabilito e giunse al castello un vecchio vestito di
stracci color della notte, recando con sé soltanto un lungo bastone
nodoso e un piccolo sacco. Chiese del Re: aveva sentito, da voci di
fate, che la Regina era caduta vittima di un maleficio. Le guardie videro
brillare nei suoi occhi la luce delle tenebre, ma lo fecero entrare
ugualmente, temendo le ire del loro signore. Fu dentro la grande sala...
...Una strana, impalpabile nebbia scese ad avvolgere il grande castello
e le voci dei cortigiani si fecero fioche. Il Re guardò il vecchio negli
occhi, senza tremare.
- Da dove vieni?
Immobile, il vecchio rispose che aveva a lungo viaggiato sulle strade
dei mortali, partito dal Mondo delle Ombre alla ricerca di un regno
che non avesse eredi.
- Lo hai trovato, - disse il Re con ferma tristezza. - Se conosci un
sortilegio che possa darci un figlio, prometto che avrai in cambio ciò
che desideri. Ti darò oro e gioielli, ti darò uomini e animali, e terre,
e fanciulle così pallide da poter essere toccate soltanto alla luce
della luna...
- Non è il tuo oro che cerco, non sono i tuoi gioielli...- La sua voce
sembrò provenire dagli abissi più profondi del Regno dei Morti; quando
alzò il bastone verso la Regina e mosse la nebbia, il Re fu percorso
da un fremito. - Sono venuto per lei.
Nessuno osò parlare. Mutarono i colori dell'abito della Regina, che
restò attonita, incatenata negli occhi del vecchio.
- Questa donna conosce la via delle ombre... Suo figlio nascerà con
l'ultimo sole d'autunno, quando si aprono le porte sui mondi nascosti,
e apparterrà al nostro regno. Sarà concepito dagli spiriti oscuri che
abitano le grotte montane e berrà latte di nebbia da coppe d'ebano...
Mangerà il cuore degli alberi giovani e parlerà con voce d'acqua...
Avrà il volto di una dea e la pelle di una vergine...ma i suoi occhi
guarderanno nel Vento... Non sarà mai principe, né re, ma avrà il nome
del Vento e nel Vento si perderà il suo nome.
In quel momento, dall'oltretomba, giunse una musica e la Regina parve
trasalire. Sorrise, mosse alcuni aggraziati passi di danza e come per
magia cominciò a cantare con voce dolcissima.
"Pallida,
bianca, goccia di Luna,
figlia dell'Ombra sarò.
Fate del bosco e della laguna,
lieta con voi danzerò.
Bimbo mai nato, sogno perduto,
tenero piccolo fior.
Vaghi castelli, freschi ruscelli,
candide notti d'amor.
Morte mi chiama, dolce Sovrana,
Morte che prese il mio cuor."
Nella
Città delle Nebbie giunse il gran giorno.
Il grande castello era in festa e dai villaggi vicini e lontani vennero
a centinaia: il primogenito del Re era venuto alla luce.
Per nove lunghissimi mesi la Regina non aveva smesso mai di cantare:
cantava di prima mattina, passeggiando con le ancelle nel grande giardino,
cantava mentre mangiava, a mezzogiorno, e cantava ricamando abiti dai
colori evanescenti seduta sotto il pergolato, fino a sera; soltanto
la notte, quando dormiva, gli spiriti dell'oscurità le concedevano qualche
ora di silenzio... Cantò per tutto il giorno quando morì sua madre,
e cantò durante le doglie del parto; ma subito dopo che il bimbo fu
nato, la voce si spense nella sua gola e un vago terrore attraversò
tutto il suo corpo: aveva visto i suoi occhi, fissi nel suo volto come
l'avessero riconosciuta e volessero dirle qualcosa di terribile.
Non erano occhi di bimbo.
Ella morì il giorno dopo, al tramonto, senza un sospiro.
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...Erano stanchi, e bagnati. Caldi. Si tenevano stretti sul letto, ormai
incapaci, dopo mille volte amore latteo e senza tempo, di allontanarsi
uno dall'altro anche di un millimetro. Fu Tim, come prima, che costrinse
per primo la voce a prendere forma su un silenzio che si era fatto sempre
più fatato.
- Nitpet non è il tuo vero nome... Com'è il tuo vero nome?
Nit tenne gli occhi chiusi e non pensò a ciò che la sua risposta avrebbe
potuto significare. Non avrebbe potuto nascondergli più niente, e non
gli importava se poi sarebbe morto.
- Cheenu...- disse sottovoce, proprio sul suo collo, come se gli regalasse
la vita. - Cheenu Kodaly...di Shamar Due...
- Cheenu...- ripeté Tim assaporando la dolcezza di quel suono. - È un
nome bellissimo...non l'avevo mai sentito...
Nit...Cheenu gli sfiorò la spalla con un sorriso.
- È un antico nome shamariano... Credo significhi...signore del vento...
Tim accennò di sì sui suoi capelli. Intorno a loro, le fate ridevano
divertite e confabulavano in sommessi mormorii, prendendoli in giro.
- E dov'è...Shamar Due?
- Nel Settore Sette, - rispose Cheenu dolcemente, senza muoversi. -
È uno dei mondi dimenticati...
Ma Tim si era già perso sull'eco delle evocazioni del suo nome.
- Cheenu...- sussurrò, stringendogli la vita, mentre con le labbra cercava
il suo orecchio. - Signore del vento...- Chiuse gli occhi e trasse un
lento sospiro. - Molto al di là del Confine, oltre le stelle più
lontane, c'era un mondo nebbioso, senza nome e senza storia. Ai piedi
delle Grandi Montagne sorgeva un castello tetro e bellissimo, silenzioso,
un castello alle cui mura nessuno aveva mai osato avvicinarsi perché,
si diceva, era stato costruito con i sospiri e le lacrime delle creature
che non erano mai nate.
Sentì che ora Cheenu ascoltava tremando, senza parole.
- In questo castello viveva un ragazzo, nato dalle Ombre con l'ultimo
sole d'autunno, quando si aprono le porte sui mondi nascosti. Non apparteneva
al mondo né al tempo, non era figlio di re né di fate, ma aveva il volto
di una dea e la pelle di una vergine...
Sfiorò con una carezza di velluto la guancia di Cheenu, senza mai aprire
gli occhi.
- Mangiava il cuore degli alberi giovani, beveva latte di nebbia
da coppe d'ebano e parlava al buio con voce d'acqua... Non sarebbe stato
mai principe né re, ed era solo, ma guardava nel vento... Aveva il nome
del Vento e nel Vento si perdeva il suo nome...
Scivolò con le dita lungo la sua schiena e si fermò sul suo fianco,
assorbendo con la mano il suo respiro.
- Era così triste... Non gli era permesso uscire con il suo corpo
oltre la soglia del castello, avrebbe potuto farlo solo se qualcun altro
da fuori fosse venuto a chiamarlo, qualcuno che sapesse pronunciare
il suo nome. Per questo le Ombre gli avevano regalato molti poteri,
e uno di essi gli permetteva di portare il suo castello dovunque volesse,
per osservare... Negli anni che aveva trascorso, erano soltanto sedici,
sai, ma gli sembravano già tutti gli anni dell'universo perché li aveva
trascorsi da solo, aveva visitato molti mondi e visto molte cose che
avevano turbato il suo cuore... Ma più di tutto lo aveva sconvolto scoprire
che esisteva l'amore, e che l'amore poteva cancellare per sempre la
solitudine... Aveva passato giorni interi piangendo, perché per far
sì che l'amore vivesse c'era bisogno di qualcuno da amare...e al suo
castello non era mai venuto nessuno... Lui era bellissimo, ma non lo
sapeva, perché nessuno mai glielo aveva detto...
Sentì Cheenu stringersi a lui. Sorrise, passando le dita tra i suoi
capelli.
- Un giorno arrivò al villaggio un giovane cavaliere, uno straniero,
venuto da un mondo tanto lontano che il suo nome non era neppure nella
storia. Era un cavaliere del Cielo, della stirpe dei Viaggiatori, che
per un antichissimo patto con gli Spiriti Opachi aveva dovuto lasciare
il suo mondo e mettersi in viaggio attraverso le stelle, cercando per
sempre, senza potersi fermare in nessun luogo. Quando vide il castello
ai piedi delle Grandi Montagne restò ad osservarlo, affascinato dai
suoi colori notturni e dalla bellezza plumbea dei suoi contorni di nebbia.
Chi abita nel castello?, chiese alla gente del villaggio. Il figlio
delle Ombre, risposero. Ha il nome del Vento e nel Vento si perde il
suo nome. Nessuno l'ha mai visto. Nessuno ha mai pronunciato il suo
nome. Non si può pronunciare il nome del Vento. Il giovane cavaliere
strinse gli occhi nel sole. Devo andare, disse. Sta aspettando, e se
qualcuno non andrà, presto sarà troppo tardi. Così s'incamminò, e per
raggiungere il castello, che subito gli era sembrato a poche ore di
distanza, impiegò cinque giorni e cinque notti.
Cheenu nascose il volto contro il suo collo.
- Questo cavaliere...- sussurrò -...anche lui era bello?
- Bello come una stella d'oltrespazio, - rispose Tim sottovoce. - Il
suo volto era dipinto, il suo sguardo era fiero come quello di un giovane
dio. Aveva combattuto in passato contro mostri terribili, aveva visto
schiudersi le porte sui mondi nascosti e amato fanciulli così pallidi
da poter essere toccati soltanto alla luce della luna... Ma non aveva
mai sentito parlare del figlio delle Ombre, né del suo impronunciabile
nome.
- E arrivò...al suo castello?
Tim respirò sulla sua fronte.
- Oh, sì. Arrivò all'alba, percorse tutto il perimetro delle mura
per cercare un ingresso, ma non ne trovò nessuno. Non c'erano porte,
o ponti levatoi, o passaggi. Quando si fermò per pensare sentì la sua
voce da dentro... La voce del figlio delle Ombre... Chiamami, diceva,
ti prego...chiamami...una volta soltanto... E lui, senza sapere da dove,
né come, lo chiamò, sottovoce, e disse il suo nome così dolcemente che
subito le mura lo avvolsero e lo condussero al di là... Vide il suo
volto, restò senza fiato... Vide le sue guance bianchissime rigate di
lacrime e i suoi occhi di bambina gonfi e arrossati... Adagio, sorridendo,
gli andò vicino, alzò la mano e sfiorò il suo pianto, come sfiorasse
il più raro dei gioielli... Sei tu, sussurrò... Non piangere... Gli
toccò i capelli, e la fronte, e gli occhi... Sei tu, e sono io... Sei
così bello... Il ragazzo tremava... Io ti amo, gli disse il cavaliere...
E lo baciò...
Aprì gli occhi e guardò Cheenu che lo fissava incantato. Appoggiò appena
un bacio sulla sua bocca, restò ad ascoltare...
- Tim... Qual era il suo nome?
- Quello che tu vorresti che fosse...
Cheenu sorrise.
- Verrà anche da me...un cavaliere?
- Certo...sei tu che hai il nome del Vento...